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    Il lavoro, frutto di una meticolosa ricerca bibliografica e negli archivi delle Soprintendenza, inizia con una messa a punto dello stato dell’arte degli studi sul tema.
    Tratta, poi, gli aspetti essenziali e più rappresentativi per l’intelligenza semantica dei contesti funerari, quali “le tipologie tombali in Calabria e Basilicata; la tipologia deposizionale; orientamento del corpo; uso della tomba; corredo: costume, ideologia, ritualità; contesti funerari e insediamenti”.
    Il tutto arricchito da un notevole corredo grafico e fotografico, che rende lo studio anche di agevole comprensione.
    Il rapporto tra “città dei vivi” e “città dei morti” è al centro dell’interesse della ricerca scientifica degli ultimi decenni per le implicazioni sociologiche, etno-antropologiche, economiche, che il sepolcro contiene come espressione della “città dei vivi”.


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    La Carta delle evidenze archeologiche […], frutto della conoscenza diretta di un territorio assai complesso e di un lungo e paziente lavoro di raccolta e di fine disamina critica di una cospicua mole di dati, costituisce un innovativo contributo scientifico che offre al mondo della ricerca – ma non solo a questo – validi strumenti di analisi e riflessione.
    Attraverso un’impostazione rigorosamente diacronica (dalla Preistoria all’Altomedioevo), in cui il dato archeologico è sempre supportato dal vaglio delle fonti storiche, viene presentato un panorama completo degli sviluppi concernenti la demografia, l’economia, gli aspetti socio-politici e culturali della Crotoniatide, nonché dei modi e dei tempi con cui è andata articolandosi l’occupazione antropica di questo vastissimo areale.
    Il completo apparato schedografico, corredato di un’ampia bibliografia, rende questo volume, destinato a divenire indispensabile per chi voglia orientarsi all’interno di una vasta e sfaccettata produzione scientifica dedicata alla Calabria centro-orientale, uno strumento necessario per la tutela e la promozione del patrimonio archeologico calabrese e per una corretta programmazione e gestione del territorio.All’esaustività e sistematizzazione dei dati tratti da fonti edite sono abbinati molti nuovi dati, alcuni desunti dagli archivi, molti altri frutto di mirate attività di controllo diretto del terreno.
    In linea con gli studi topografici e, più in generale, con quelli rivolti alla ricostruzione delle dinamiche storiche del territorio, in questa “Carta archeologica di base” si apprezza una limpida ed efficace impostazione multidisciplinare: ne costituisce una chiara manifestazione, ad esempio, l’utilizzo dell’indagine subacquea grazie alla quale si rendono noti, per la prima volta, numerosi contesti archeologici sommersi localizzati lungo le coste crotonesi.
    In quest’opera di largo respiro, in cui si fa buon uso di un ricco apparato grafico e fotografico e in cui ogni fase storica è rigorosamente delineata, appare riuscito il tentativo di analizzare alcuni comprensori del territorio provinciale e varie fasi cronologiche lasciati ai margini del dibattito archeologico.
    È, inoltre, da valutare positivamente il percorso metodologico e operativo che porta l’autore a inquadrare i fenomeni e gli indirizzi culturali manifestatisi nel corso dei secoli relazionandoli continuamente con il più ampio scenario regionale e mediterraneo.
    Tratto dalla Presentazione al libro a cura del Prof. A. Taliano Grasso (Università della Calabria)


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    Il volume ha il pregio di fare il punto su un sito, come Kyme eolica, che, a fronte di decenni di ricerche, ancora non ha visto un’edizione completa delle indagini archeologiche ivi condotte.
    Le ricerche intraprese dalla missione cecoslovacca, guidata da Anton Salač negli anni venti del secolo scorso, pubblicate circa cinquant’anni dopo, sono state il punto di partenza del lavoro di Taliano Grasso, che ha poi esaminato anche la documentazione delle indagini successivamente condotte e rimaste, sostanzialmente, senza esiti editoriali, per cui lo sforzo fatto per la ricostruzione storica del sito del santuario è veramente notevole e degno di attenzione.


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    Le XV Giornate Nazionali di Studio sul vetro AIHV tenute presso l’Università della Calabria-Aula Magna, dal 9 all’11 giugno 2011 hanno avuto per tema Il vetro in Italia: testimonianze, produzioni, commerci in età basso medievale. All’iniziativa hanno aderito numerosi studiosi italiani e stranieri che l’hanno arricchita di interessanti contributi di archeologia della produzione del vetro di età medievale, fornendo un nuovo e stimolante apporto alla conoscenza del vetro medievale attraverso l’analisi di numerosi recuperi in siti italiani.
    Alla prima sezione sul mondo della produzione e dei commerci dei secoli relativi al Basso Medioevo, segue una seconda sessione dedicata interamente a Il vetro in Calabria: vecchie scoperte, nuove acquisizioni, una nuova tappa di conoscenza e arricchimento di dati nello studio specifico della conoscenza del vetro nella regione Calabria.
    La terza e ultima sessione è stata interamente dedicata agli Aggiornamenti sul vetro in Italia attraverso l’esposizione e la pubblicazione di posters, dai più ampi limiti cronologici, che hanno prodotto edizioni inedite sui recenti recuperi da scavi e sulle letture archeometriche di alcuni gruppi di manufatti vitrei, fornendo un aggiornamento sullo stato delle ricerche.
    Notevoli i risultati ottenuti con l’edizione di diversificate morfologie, di trattazioni specifiche sulle testimonianze iconografiche, di analisi e approfondimento delle produzioni attraverso l’ausilio delle scienze ausiliare dell’archeologia.


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    La ricerca riprende in esame gli scavi di Paola Zancani Montuoro svoltisi negli anni Sessanta nella necropoli di Macchiabate a Francavilla Marittima.
    La nuova impostazione e la revisione dei dati editi dall’archeologa hanno portato ad avere un quadro sintetico ben più chiaro e definito rispetto al passato.
    Vengono infatti presi in esame i rapporti stratigrafici delle sepolture per arrivare alla realizzazione dei matrix e ad una prima formulazione delle piante di fase delle diverse zone della necropoli.
    Sono inoltre esaminate le strutture sepolcrali con particolare attenzione all’aspetto dimensionale.
    Ampio spazio è dedicato al rituale funerario e all’esame delle associazioni degli oggetti nei corredi.
    Viene quindi trattata la distribuzione delle tombe sulla base del sesso nelle diverse fasi e infine viene proposta una sintesi sullo sviluppo della necropoli tra l’VIII e il VII sec. a.C.
    La ricerca costituisce uno strumento indispensabile per affrontare nuovi studi sulla necropoli e comprendere aspetti che non sono stati mai trattati in maniera sistematica.


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    La tomba delle Anatre di Veio rappresenta uno dei contesti pittorici di età orientalizzante più antico ed importante, documento di inestimabile valore culturale non solo per l’antica Etruria ma per l’Europa preromana in generale.
    Le tecnica pittorica documenta entrambi i metodi di lavoro più antichi, noti dalle fonti greche, con la realizzazione delle figure a linea di contorno o a figura piena di colore.
    La semplicità delle pitture contrasta con il complesso significato simbolico della rappresentazione che affonda le radici nel simbolismo europeo della tarda età del bronzo e dell’età del ferro.A oltre cinquant’anni dalla sua scoperta la nuova documentazione scientifica qui presentata consente di approfondire e definire diversi aspetti che erano stati solo parzialmente affrontati.


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    Il volume esamina le necropoli orientali dei Monti della Tolfa mettendo in luce la topografia, l’architettura funeraria e i corredi di dieci necropoli etrusche riferibili a centri produttivi del territorio dell’antica Caere.
    L’analisi dettagliata è integrata da una documentazione grafica che comprende la planimetria dei sepolcreti e la tipologia delle singole tombe.
    Il lavoro considera numerosi dati di archivio, indispensabili per fornire un giusto inquadramento dell’evolversi delle ricerche e delle metodologie.
    Una appendice a colori documenta, attraverso il rilevamento geologico, le caratteristiche di ciascun sito.


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    Le nuove ricerche intraprese dal Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti insieme alla University of Michigan e alla Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale nell’importante area archeologica di S. Omobono vengono qui presentate fornendo una prospettiva di continuità tra le vecchie e le nuove ricerche.
    Nella prima parte si ripercorrono metodologie, risultati e idee sulla valorizzazione del passato in rapporto alle nuove prospettive di ricerca.
    Viene quindi fornito un rapporto preliminare sulla seconda campagna di scavo (2011).
    La seconda parte è invece dedicata ad alcuni approfondimenti dei vecchi scavi che hanno raggiunto i livelli del tempio arcaico (settori I, II, IV).


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    Nella prima metà del VI secolo a.C. lo sviluppo della tombe a dado in Etruria segna profondamente il cambiamento del paesaggio delle necropoli etrusche.
    In diversi centri etruschi i grandi tumuli dell’età orientalizzante non vengono più costruiti e al loro posto si realizzano monumenti funerari di forma regolare, quadrata o rettangolare.
    Gli spazi della necropoli risultano ormai organizzati secondo una pianificazione regolare di monumenti allineati lungo gli assi stradali a formare un tessuto che trova paralleli negli impianti urbani.
    In diversi casi la presenza di tombe anteriori non favorisce però l’applicazione completa dei nuovi criteri di organizzazione dello spazio.
    Il cambiamento non rappresenta una semplice evoluzione dell’architettura ma tradisce profonde trasformazioni socio economiche e politiche che si riflettono in una progressiva conquista e gestione civica dello spazio.


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    La necropoli di Macchiabate (IX-VI sec. a.C.), nell’attuale territorio di Francavilla Marittima (Cosenza), costituisce una fonte primaria non solo per la conoscenza degli usi e costumi funerari degli Enotri/Choni stanziati nell’area, ma anche per la comprensione dell’impatto della colonizzazione achea di Sibari sul mondo indigeno. La ricerca segue una prospettiva che valorizza l’elemento autoctono, non più visto come semplice contorno di un processo storico di formazione coloniale, secondo un modello antiquato ed etnocentrico, ma come parte direttamente coinvolta nella definizione della nuova realtà urbana di Sibari. Il sito indigeno di Francavilla costituisce un caso di studio privilegiato che contribuisce a comprendere i processi in atto nella sibaritide. Per questo motivo il lavoro tende ad esaminare e quantificare, sulla base dei dati di scavo editi, gli aspetti della necropoli che forniscono indicazioni importanti in entrambe le direzioni. Particolare attenzione è dedicata allo studio della composizione dei corredi e al ricorrere di costumi funerari diversi tra il genere maschile e quello femminile.